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venerdì 27 dicembre 2013

MORTE MONSANTO

Argentina, le donne che hanno sfidato Monsanto


In Argentina una donna, insieme ad un gruppo di altre 16 madri, sono riuscite ad opporsi al “genocidio” che la Monsanto stava provocando nella loro zona dove, nel giro di pochi anni, si è verificato un pauroso incremento di gravi e letali malattie causate dagli OGM e dalle sostanze chimiche impiegate sui campi coltivati con semi transgenici. Il loro esempio ed il loro appello si rivolge a tutti noi, anche qui in Italia dove, a causa dell’impiego di pesticidi, erbicidi ed altre pericolose sostanze chimiche, corriamo gli stessi rischi e pericoli…


di Alessandra Profilio,

Ha sfidato il colosso americano dell’industria agro-alimentare Monsanto e ha vinto il Goldman Environmental Prize 2012. La vincitrice di uno dei principali riconoscimenti mondiali per l’impegno ambientale è Sofia Gatica, una donna argentina che ha intrapreso la sua battaglia per scoprire la causa della morte della sua piccola.

Tredici anni fa, Sofía Gatica ha dato alla luce una figlia, morta poi a soli tre giorni dalla nascita. Determinata ad indagare sulle cause del decesso della piccola, la donna ha iniziato a parlare con i suoi vicini di Ituzaingó, un quartiere circondato da campi di soia, e si è così resa conto di inspiegabili problemi di salute che affliggevano la sua comunità.

Gatica, con un gruppo composto da 16 madri, ha così scoperto le gravi conseguenze che l’irrorazione di pesticidi stava avendo sulle famiglie della zona. I residenti, infatti, riportavano tassi di cancro 41 volte superiori alla media nazionale, così come elevati sono risultati i tassi di malattie neurologiche e respiratorie, malformazioni dei neonati e mortalità infantile.

Sofia e le sedici donne, riunitesi nell’associazione Mothers of Ituzaingo, focalizzarono quindi la loro indagine sull’erbicida Roundup, contentente glifosato. Sebbene la Monsanto sostenga che tale sostanza non comporti alcun rischio per gli esseri umani, nel 2008 uno studio scientifico ha rilevato che anche a basse concentrazioni, il glifosato è in grado di provocare la morte delle cellule embrionali e placentari.

Per la coltivazione della soia argentina è stato impiegato, oltre al Roundup, il potente pesticida endosulfano, ora bandito in 80 Paesi poiché altamente tossico e considerato una minaccia per la salute dell’uomo e per l’ambiente.

Le madri di Ituzaingo hanno dunque lanciato la campagna Stop Spraying per chiedere la messa al bando dei pesticidi. Le donne hanno organizzato incontri e conferenze per avvertire il pubblico sui pericoli dei pesticidi. Gatica ha contattato anche istituti di ricerca per chiedere di condurre studi scientifici per confermare ciò che lei aveva riscontrato a Ituzaingó.

Con pochissime risorse Gatica e altre madri si sono impegnate per accertare le responsabilità di Monsanto, DuPont e altre aziende agrochimiche mondiali che operano in Argentina. Le donne hanno anche subito insulti e minacce provenienti da individui, ufficiali di polizia e titolari di aziende locali in Ituzaingó. Nel 2007, un individuo è entrato nella casa Gatica chiedendo, con una pistola puntata contro la donna, di rinunciare alla campagna.

Nonostante tutto questo, l’impegno di Mothers of Ituzaingo ha avuto effetti clamorosi. Nel 2008, il presidente dell’Argentina ha ordinato al ministro della Salute di valutare l’impatto dell’uso di pesticidi in Ituzaingó. Uno studio condotto dal Dipartimento di Medicina all’Università di Buenos Aires ha confermato i risultati della ricerca porta a porta delle madri che collegava i problemi di salute della popolazione all’esposizione ai pesticidi.

Gatica in seguito è riuscita ad ottenere un’ordinanza comunale che vietava l’irrorazione aerea di pesticidi a Ituzaingó a distanze inferiori a 2.500 metri dalle abitazioni. Nel 2010 la Corte Suprema, oltre ad aver vietato l’irrorazione dei pesticidi in prossimità di aree popolate, ha anche stabilito che spettava al governo e ai produttori di soia di dimostrare la sicurezza delle sostanze chimiche impiegate.

La campagna delle madri argentine prosegue tuttora e mira a bandire del tutto l’uso del glifosato in Argentina.

“Quello che è successo a noi – ha spiegato Sofia Gatica – avviene in altri posti. Non è solo una lotta per il nostro quartiere, ma anche per tutti gli altri luoghi, perché in altri luoghi ci sono altre persone che si trovano in condizioni anche peggiori delle nostre. Hanno bisogno del nostro aiuto e noi dobbiamo aiutarle a capire i loro diritti. Abbiamo il diritto alla salute e all’aria pulita, e il diritto che il governo rispetti il ruolo che è stato dato. Abbiamo votato per loro, e siamo noi che paghiamo i loro stipendi”.

“Quando si vive in un quartiere bisogna difenderlo. Dovete difendere la vostra famiglia, combattere con il governo, lottare con i vicini, lottare contro le multinazionali. È difficile, ma dovete farlo per la salute e la vita dei vostri figli”.

fonte:http://laviadiuscita.net/argentina-le-donne-che-hanno-sfidato-monsanto/


sabato 23 novembre 2013

GLI AMICI DEL GOVERNO LETTAMERICANO



La «jihad del sesso»: prostituirsi
in Siria nel nome di Allah


Il dramma delle «volontarie»

Una combattente al fianco dei ribelli dell'Esercito siriano libero nella città di Aleppo
Sei, le hanno trovate l'altro giorno. Rinchiuse nel bordello d'una periferia siriana, al Kassir. Per terra i materassi, i preservativi e le scatole di viagra, la biancheria e lo squallore. Sul pianerottolo, il viavai di tanti aspiranti martiri che in attesa di premiarsi con le vergini del paradiso, tra una battaglia e l'altra, si consolavano con le schiave tunisine. Due sono incinte. Chissà di chi. Gli hezbollah le hanno consegnate ai soldati di Assad. I soldati le hanno interrogate. «La nostra missione qui è nel nome della jihad al-nikah», hanno risposto le ragazze: la guerra santa del sesso consigliata da qualche imam salafita, prestare il corpo ai miliziani in Siria per garantirsi la salvezza eterna. Qualcuna piangeva, però. E chiedeva di tornare a casa.

PIAGA SOCIALE - «Chiederemo a Damasco di ridarcele - ha detto il ministro dell'Interno di Tunisi, Lofti Ben Jeddou, esponente della maggioranza islamista di Ennahda, davanti a un Parlamento ammutolito -. Molte di loro hanno avuto rapporti sessuali anche con venti, trenta, cento mujaheddin. È una vergogna che va avanti da mesi. E noi restiamo in silenzio, senza fare nulla». Tornano. Non sono più sole: avranno un bambino da crescere. Sono solissime: nel Maghreb rurale, nei villaggi del Sud tunisino, una madre senza uomo è solo una prostituta. Le jihadiste del sesso stanno diventando una piaga in Tunisia, il Paese che offre più volontari alla guerra contro Assad: il 40 per cento dei guerrieri di Allah viene da qui, la scorsa primavera il governo ha bloccato seimila giovani pronti a morire per la Siria, come tanti già fecero per l'Afghanistan e l'Iraq.

SOLA ANDATA - I maschi in cerca di gloria sono in genere sotto i 35 anni, biglietto di sola andata, via Libia o Turchia: secondo un rapporto Onu, pagati con soldi del Qatar. Famose in Tunisia le immagini, riprese dalla telecamera dell'aeroporto d'Istanbul, d'una moglie che al «gate» supplicava il marito fondamentalista di non imbarcarsi per Damasco. Lo scorso giugno, è partito pure un viaggio della speranza: avvocati e familiari in volo per la Siria e per convincere i ragazzi a ripensarci. La macchina della jihad è ben oliata. Il reclutatore tunisino, Abu Jihad, è un veterano dell'Afghanistan che combatteva coi talebani già prima dell'11 settembre. Finora, però, organizzava comitive perlopiù maschili. Da febbraio, dopo una fatwa attribuita allo sceicco saudita Mohamed al-Arifi che invitava le giovani tunisine a partire pure loro (non per combattere, ma per allietare le ore dei valorosi jihadisti), qualcosa è cambiato.

TESTIMONIANZE - L'Islam prevede che sia solo il padre a trasmettere la religione: su questa base, i predicatori convincono ragazze di famiglie povere, minorenni e spesso analfabete, che sia giusto rischiare anche gravidanze indesiderate. «Molti di loro - spiega Al Hadi Yahmad, esperto di gruppi islamici nordafricani - hanno spinto donne anche siriane a sposare i miliziani per qualche ora: all'uomo è concesso di consumare, prima di ripudiarle». E così, quella che all'inizio sembrava una leggenda, viene ora confermata (per la prima volta in maniera così dettagliata) dai vertici di Ennahda, dai dossier su tredici prostitute bambine che avrebbero raccontato la loro esperienza al fronte, da siti e tv. Spunta la testimonianza d'un marito costretto al divorzio, dopo l'improvviso addio della giovane moglie partita per la guerra. E gira in replica continua quella dei genitori di un'adolescente di 17 anni, Rahmahat. Lei è tornata e loro sono felici, dicono. Poi tacciono un attimo. E aggiungono: «Non la riconosciamo più».